venerdì 30 aprile 2021
mercoledì 28 aprile 2021
Sentiero eno-gastronomico
Per questo vogliamo suggerirti 3 itinerari che non puoi perdere se intendi conoscere le tradizioni enogastronomiche della nostra Isola, dando particolare rilievo alla nostra zona, il Sud Sardegna. La Sardegna è una ricca regione e non c’è una tradizione marinara o pastorale univoca, ma molte zone differenti, ognuna con le sue peculiarità. Andiamo a scoprire insieme questi 3 percorsi enogastronomici:
Primo itinerario: Cagliari e dintorni
Terzo Itinerario: un sardo a spasso con lo street food
Negli ultimi anni, però, stiamo assistendo ad una vera e propria rivoluzione nel settore del cibo da strada in Sardegna. Grazie alla diffusione di piccoli food truck e a nuove tendenze nella ristorazione stiamo valorizzando le nostre tradizioni culinarie e sono sempre più diffusi piatti da street food in giro per la Sardegna. Lo sardinian street food così come vien definito, è un mercato di successo per giovani imprenditori, dove la passione per la tradizione si unisce alla voglia di innovare, valorizzare le produzioni locali ed esprimere la propria creatività. Pensate che negli ultimi 5 anni questo settore è cresciuto di più del 50 % (fonte: Confartigianato Sardegna).

Sardova, S0Abe e la Pecora Nera, Olbia 2017
L’idea di uno street food sardo piace sempre di più. Riscuote successo nelle piazze e durante gli eventi ma piace anche fuori dalla Sardegna dove vengono aperti locali che propongono un ampio menù di cibo da strada isolano.
Lo street food rappresenta oggi non solo una tendenza ma un’alternativa economica alla scoperta dei sapori tradizionali della Sardegna. Anche a me ogni tanto piace scoprire qualche piatto tipico rivisitato in modalità da passeggio. Fortunatamente ci sono anche diversi eventi durante il quale lo street food viene valorizzato: feste della birra, festival dello street food, eventi e show a tema.
Ecco i piatti più comunemente proposti come street food in giro per la Sardegna.
Panino con la salsiccia (salticcia o purpuzza)
E’ forse il più banale ma anche il più comune tra le feste paesane di tutta la Sardegna. La carne cotta alla griglia con quel gusto tipicamente pepato i si usa di solito per farcire panini con un pane morbido. E’ buonissimo semplice ma si possono aggiungere salse, cipolla e verdure a seconda dei gusti.
Spianate sarde
Anche la spianata sarda (comunemente chiamata anche fresa) è diffusa come street food, servita farcita con con carne di maiale o vitello o verdure grigliate. Simile al pane arabo ma più consistente, una volta arrotolato risulta una sorta di wrap dal gusto sardo. Vi svelo un segreto: la spianata sarda è ottima con la Nutella! Anche il pane lentu, ovvero il pane carasau molle che non ha subito la seconda cottura, viene oggi rivisitato ed impiegato per realizzare delle spianate farcite.
Il pane guttiau ovvero pane carasau con olio e rosmarino potrebbe essere considerato cibo da strada mentre è più facile trovare in Barbagia il pane frattau con uova e passata di pomodoro anche se non ho trovato chi realmente lo propone on the road.
Panini con polpo
A Olbia è molto apprezzato il panino con il polpo. Solitamente condito con olio, aglio e prezzemolo si gusta durante la festa di San Simplicio o altre feste popolari o nei bar sulla spiaggia.
Panadas
Si tratta di un piccolo tortino di carne cotto al forno ed è considerato lo street food sardo per eccellenza proprio per le sue dimensioni da passeggio. Ottimi come cena, ancora meglio come merenda o aperitivo. Ne esistono per tutti i gusti: con carne di maiale, anguilla vitello, polo peperoni e gamberetti e zucchine! Vi ricordate il mio racconto del Pastificio Sa Panada di Oschiri?

Panada gourmet con verdure, Olbia settembre 2017
Carne arrosto e in umido: maialetto, arrosticini, fettine, pecora in cappotto
La carne arrosto per eccellenza in Sardegna è senz’altro quella del maialetto: da piatto delle feste e degli eventi importanti anche il porcetto è diventato un piatto diffuso nelle strade. Durante feste e sagre in Sardegna si trovano anche gli arrosticini di pecora, simili a quelli abruzzesi, agnello, vitello e cinghiale arrosto. In Barbagia si usa anche preparare panini con fettina o lingua di vitello. Io ho provato entrambi il primo a Oliena e il secondo a Nuoro. Semplici, sani e buoni. A Luogosanto, in Gallura, ho provato anche il panino con fettina di cavallo, tradizionale per lo più della zona del Sassarese.
In diversi paesi si trova, in particolare durante le feste, anche la trippa in umido con pomodoro e la pecora in umido.

Porcetto arrosto, Nuoro 2017
Casu arrustu (caju arrustu, Formaggio arrosto)
Nelle feste di paese troverete spesso anche il formaggio arrosto: una fetta di formaggio semistagionato (peretta o casizolu) arrosto su una piastra e servito su spianata o pane carasau.

Casu arrustu
Mazza Frissa
Meno diffusa e meno conosciuta la mazza fissa è un tipico antipasto sardo della Gallura realizzato con panna liquida e semola: si ottiene una crema gustosa, ottima se abbinata con il miele.

Mazza Frissa, Sardovan
Fainé
I genovesi ci hanno lasciato tante cose nella loro permanenza in Sardegna. Tra queste anche diversi piatti come la fainé ovvero la farinata di ceci. La trovate facilmente a Alghero, Sassari, Calasetta, Carloforte e Cagliari.
Come piatti da passeggio sono proposti anche li chiusoni galluresi, ovvero gnocchi con sugo di pomodoro o di carne e i culurgionis ogliastrini, una sorta di ravioli chiusi con una particolare “cucitura” a mano e ripieni di patate e menta, serviti con sugo di pomodoro. Esistono alcune varianti di culurgiones di pasce.
STREET FOOD DOLCE
Non manca in Sardegna una parte dolce dello street food principalmente fritti golosi da gustare appena cotti. Ecco alcuni esempi.
Seada (o sebada, o sevada o siàti)
La seed è uno dei dolci che più si presta come cibo da strada. Questo raviolo ripieno di formaggio viene fritto in olio bollente e servito con miele caldo è uno dei dolci più apprezzati dell’isola. Recentemente ad Alghero hanno pure inventato la sebada da passeggio: grazie ad un cartoncino è possibile mangiare per strada il tipico dolce sardo.

Frisjoli longhi o zeppole
Le frittelle lunghe sono uno dei peccati di gola a cui cedere più facilmente in Sardegna. Si tratta di frittelle lunghe e solitamente realizzate a spirale. Solitamente preparate per il carnevale vengono preparate anche per feste e sagre estive. Mangiatele calde, appena fatte con lo zucchero sopra.

Fatti frissi (frati fritti o ciambelle)
Le ciambelle sarde sono un’altro dolce fritto molto amato. Io le preferisco alle frisjoli per il loro sapore che sa meno di fritto e per l’aroma di limone. Vi consiglio di mangiare anche queste appena fatte.
I sentieri minerari (storico e religioso)

Religioso minerario | |
81 km circa | |
Buggerru - Buggerru | |
Buggerru, Gonnesa, Iglesias, Nebida, Masua, Fluminimaggiore. | |
Auto, moto, bicicletta | |
Percorso storico – culturale attraverso le chiese minerarie ubicate nei pressi dei villaggi minerari tra i più importanti della zona (Monteponi). Percorso molto interessante anche dal punto di vista turistico stagionale per la presenza di numerose spiagge e cale soprattutto nel primo tratto da Buggerru a Masua, Nebida e Gonnesa. | |
Ambienti marini (spiagge, cale), zone montuose e foreste, parco regionale Marganai, orto botanico, siti di archeologia industriale, siti storico-archeologici (Tempio di Antas, villaggio nuragico, cave romane). |
IL CULTO DI SANTA BARBARA
In un territorio dove l'attività mineraria è sempre stata il fulcro dell'economia e del lavoro, non poteva che essere fortissimo il culto della Santa protettrice dei minatori: Santa Barbara. Un culto talmente radicato che persino nelle chiese non dedicate alle Santa si ritrovano statue ad essa dedicate (foto) e le feste ed i riti in suo onore sono diffusi in tutto il Sulcis Iglesiente.
Ma perché la Santa è protettrice dei minatori? Jacopo da Varazze, Arcivescovo di Genova e Frate Domenicano, scrisse tra i primi anni '60 e gli ultimi '90 del XIII secolo una collezione di vite di Santi dal titolo "Legenda Aurea" che fu ed è tuttora di importanza capitale per la comprensione dell'arte religiosa. Tra le vite che racconta Jacopo da Varazze (da Varagine), non può mancare quella di Santa Barbara.
Barbara nacque verosimilmente a Nicomedia, l'attuale İzmit, in Turchia. Il Padre, Dioscoro, di fede Pagana, la fece imprigionare in una torre per proteggerla dai pretendenti alla sua mano. Secondo la leggenda la Santa, notando che la Torre aveva solo due finestre, pretese che ne venisse realizzata una terza. Tale richiamo alla Trinità fece intuire al padre che la figlia si fosse convertita al Cristianesimo. Dioscoro la denunciò subito al magistrato Romano, che la condannò a morte e prima ancora a numerose torture. Queste iniziarono con una flagellazione con verghe, che secondo la leggenda si tramutarono in piume di pavone e per questo motivo spesso nella sua iconografia la santa è raffigurata tenendo in mano delle lunghe piume, oltre alla palma dei Martiri. Fu lo stesso padre a eseguire la pena, tagliandole la testa. La leggenda vuole che non appena uccise la figlia, Dioscoro fu colpito e ucciso da un fulmine per la colpa di cui si era appena macchiato.
L'episodio della morte di Dioscoro ha fatto di Santa Barbara la protettrice da morti improvvise e violente. Ben si comprende dunque perché i minatori ne abbiano fatto la loro Santa protettrice, essendo il lavoro in miniera particolarmente rischioso.
I LUOGHI DI CULTO
Il sentiero proposto parte dalla costa di Buggerru e, costeggiando suggestivi paesaggi marittimi giunge fino ai territori montani dell’iglesiente, raggiungendo aree ad alto valore storico-culturale.
Il percorso è molto lungo ed adattabile ai diversi target di turismo, può essere percorso in auto, moto ma anche in bicicletta ampliando l’offerta verso il turismo attivo e sostenibile.
Individuando convenzionalmente come punto di partenza la costa, la prima Chiesa è la Chiesa di San Giovanni Battista a Buggerru.
Risalita la scalinata esterna la chiesa si presenta imponente nella sua facciata neoclassica e bianca, con l’ampio pronao caratterizzato da 4 grandi colonne su alti plinti ed un timpano dalle semplici decorazioni. Oltre le colonne si apre un portale con ai lati due nicchie, i santi Barbara e Giovanni Battista; sopra di esso invece un oculo con l’immagine della Vergine. L’interno (Fig. 2) si presenta ad aula unica, sovrastata da un controsoffitto lungo tutta la superficie della sua area, mentre il presbiterio, rialzato da tre gradini, è coperto da una moderna volta a crociera in calcestruzzo armato (1969). Le pareti laterali dell’aula hanno due aperture a tutto sesto in posizione simmetrica e prossima al presbiterio, mentre quest’ultimo è illuminato da due alte lunette squadrate. Sono visibili, sia esternamente che internamente, le tracce originarie di altre due aperture sulla parete laterale nord, tra il pronao e quella esistente. Sul lato sud invece è affiancato il corpo della sagrestia e la casa parrocchiale, nonché il campanile a pianta quadrata sul quale, in cima, è ubicata la targa che testimonia la data di realizzazione dei lavori: 1885.
La chiesa venne realizzata dalla Società Malfidano quando la numerosa e variegata comunità mineraria si riferiva, per le funzione religiose, alla chiesa rurale di San Nicolò. Si tratta quindi in questo caso di una vera e propria chiesa mineraria creata ad hoc per i minatori, vista anche la rapida trasformazione del piccolo Borgo di Buggerru a vera e propria “cittadina”. La società sosteneva le spese del cappellano, lire 1500 mensili, “con i quali è obbligato a tutte le spese derivanti dal culto divino”. Le celebrazioni più importanti erano riservate in onore di Santa Barbara, per la quale il villaggio organizzava molti eventi (fig.3), premiazioni ed allestimento di addobbi e luminarie. Il crescendo delle attività minerarie e della popolazione, passata da 2000 anime al momento della realizzazione della chiesa ad oltre 5000 per il triennio 1907-1909, fecero della chiesa un luogo di culto estremamente curato ma di dimensioni esigue. Seguirono quindi numerosi interventi migliorativi volti a modificarne l’aspetto complessivo, come nel giugno del 1945 quando, in occasione della festa di San Pietro, venne inauguratala scalinata d’accesso, realizzata con il contribuito dei pescatori e della parte carlofortina della popolazione di Buggerru, che in San Pietro ha il proprio protettore. La modifica più importante all’assetto interno della chiesa avvenne però nel 1969, con l’ampliamento del presbiterio su una nuova struttura in calcestruzzo armato che conserva ancora gli originari arredi in onice del Pakistan. L’ultimo restauro è datato 1999.
Percorrendo la costa vicino a beni naturalistici di alto pregio e interessanti per gli appassionati di trekking e arrampicata Gutturu Cardaxius si arriva al comune di Iglesias, dove si può ammirare la Chiesa Sant’Antonio di Acquaresi.
La chiesa, posta circa a 330 m. s.l.d.m., allo stesso livello di quota dell’edificio della Direzione, è in una posizione di osservazione e riferimento rispetto agli edifici funzionali alle attività minerarie. Le dimensioni sono minute rispetto agli edifici amministrativi e le successive realizzazioni in parte la nascondono, chiudendola tra l’edificio a due livelli costruito in aderenza ed il muro di contenimento realizzato sulla scarpata a meno di un metro di distanza. La semplicità e la forza dei connotati della facciata neo gotica la rendono una chiesa molto amata nel territorio. La facciata Nord è caratterizzata da un portale ligneo con arco a sesto acuto inscritto da un secondo e più grande arco poggiato su due lesene con capitelli dalla semplice modanatura. Tra i due archi in posizione superiore al portale è ubicato il rosone, realizzato da un infisso circolare metallico suddiviso in sei sezioni circondato da una cornice circolare modanata. La facciata è dotata di un intonaco a base di calce e una tinteggiatura esterna di colore originariamente giallo ocra, arancio-pesca poi ed infine bianco, con le lesene ed il rosone in rilievo di colore grigio scuro, mentre le modanature che formano la cornice ad arco a sesto acuto esterno sono di colore rosa antico. La struttura muraria perimetrale è mista: rilevabili sono il lato ovest, in pietrame misto e irregolare, e la facciata nord
presumibilmente in pietra squadrata e laterizio, come anche il campanile esterno costruito in aderenza sul lato est della chiesa. Quest’ultimo è a pianta quadrata, archi a tutto sesto nella parte alta, una copertura in mattoni a padiglione e culminata da elemento sferico. All'interno l'altare maggiore, poggiato sulla parete sud e posizionato su un piano rialzato di circa 10 cm, è sovrasto da una nicchia destinata al Santo e realizzato in muratura, con piano di appoggio in cemento e da due colonnine in pasta cementizia bicroma, rossa e giallo ocra a simulazione delle venature del marmo e sormontate da due capitelli corinzi in pasta cementizia anch’essa bicroma, verde e nero. I disegni realizzati nell’altare sono di due tipi sovrapposti, una croce su sfondo grigio per la parte più recente e un cerchio nero su sfondo grigio e cornice pittorica nera perimetralmente rossa di un precedente periodo. Un seconda nicchia è sulla parete ovest. L’edificio presenta un controsoffitto per tutta la superficie della copertura di colore bianco. Le pareti perimetrali interne sono tinteggiate prima in due fasce in due sfumature di celeste, mentre successivamente è sovrapposta una fascia inferiore grigio scuro e una sottile riga giallo-oro.
La copertura è a doppia falda, con manto di rivestimento in coppi, e struttura portante lignea.
Un documento datato 28 maggio 1923 testimonia la celebrazione di una messa nella chiesa “troppo angusta e non tanto ben tenuta” del centro minerario di Acquaresi, miniera dipendente da Masua, e diretto dal sig. Mariano Piga perito minerario. La scarsità di fonti scritte rende difficile la ricostruzione della sua storia specifica. La miniera vide la sua prima concessione nel 1857 e nel 1918 contava, dopo numerosi ampliamenti e cambi di società, già 500 operai. Alle carenze di fonti bibliografiche suppliscono alcune testimonianze degli abitanti di un tempo. Queste raccontano come l'edificio di culto sia stato costruito successivamente alla direzione ed agli uffici, nell'area così denominata “via Uffici”. In seguito venne realizzato un edificio in adiacenza alla chiesa, per ospitare gli alloggi operai e il circolo dopolavoro. La valenza storica, la peculiarità delle celebrazioni dedicate a Sant’Antonio da Padova, preferito dai minatori in questo villaggio alla loro santa protettrice, Santa Barbara, nonché i piccoli ma curati dettagli architettonici interni ed esterni, meritano di essere considerati per una dichiarazione di interesse storico dell’edificio.
Nella vicinanze, lungo la costa, si possono osservare bellissime cale e spiagge, ne è un esempio Cala Domestica. Continuando agevolmente verso la zona marittima del comune di Iglesias si giunge alla Chiesa del Sacro Cuore di Masua (Santa Barbara).
Masua - Pan di zucchero
Una datazione precisa sulla costruzione della chiesa non è reperibile dalle fonti e non risulta ancora segnalato alcun edificio di culto nelle planimetrie dell’Atlante del Sella allegate alla Relazione Parlamentare d’inchiesta del 1870. Si sa invece che nei primi del Novecento, al crescere delle attività minerarie e del numero delle presenze nel villaggio, iniziarono a celebrarsi delle funzioni religiose a cura di un cappellano stipendiato dalle miniere di Nebida e Masua. Questi poteva disporre, grazie alle due miniere, di una piccola casa canonica in entrambe le località e si occupava della cura spirituale di circa 5300 anime, facendo corpo anche con i villaggi minerari di Montecani, Acquaresi e Monte Scorra. Inoltre nello stesso periodo esisteva a Masua la Casa dei Poveri di Santa Caterina da Siena; le suore arrivarono qui il 16 maggio 1906 su richiesta della Società delle Miniere Tacconis Sarrabus di Masua, che affidò loro la gestione del piccolo ospedale e l’educazione dei figli dei minatori. In una lettera del 4 ottobre 1905 rivolta dalle suore al Vescovo di Iglesias, prima dell’accettazione dell’incarico richiesto dalla Società, si faceva cenno alla preoccupante assenza di una chiesa nel borgo minerario. Nelle visite pastorali del Mons. Peri del 1923 si registra che la messa era stata celebrata “nella cappella dell’ospedale retto dalle suore di S. Caterina, assai ben tenuta” e consacrata al Sacro Cuore di Gesù. Nel 1926 è decretata l’istituzione della nuova parrocchia di Nebida e Masua, intitolata a Santa Barbara Vergine e Martire. L’edificio ha un accesso diretto dalla strada carrabile, tramite una piccola porta in legno posizionata in modo asimmetrico nella facciata sud; sopra di essa un piccolo infisso con funzioni di sopraluce. La facciata è di tipo a capanna, con in cima un campanile a vela (Fig.7). Il prospetto ovest è dotato di due ampie aperture protette da inferriata; gli altri due lati sono ciechi. Internamente l’aula presenta al centro due pilastri che sorreggono una trave a timpano. L’altare è al centro della parete nord, sollevato da due gradini e composto da diversi tipi di marmo, compresi i due pilastrini frontali. Sopra di esso una nicchia per la Santa con intonaco in finto marmo. Due balaustre in marmo perimetrano l’altare; alla sua destra una porta conduce agli ambienti della sagrestia. Il tetto a capanna è celato internamente da un controsoffitto posto al di sotto dei travetti lignei che compongono la falda. Il manto di copertura è in coppi di laterizio.
Vicino alla chiesa appena descritta si può ammirare la spiaggia di Masua e il suggestivo faraglione di Pan di Zucchero.
La frazione Nebida del comune di Iglesias ospita la Chiesa di Santa Barbara di Nebida.
Chiesa di Santa Barbara di Nebida - facciata
L’estrazione di piombo e zinco, nelle aree circostanti Iglesias, ebbe un importante incremento durante la seconda metà dell’800 e diede luogo alla fondazione di piccoli centri minerari. Uno di questi è la borgata di Nebida, che ospita la chiesa di Santa Barbara, tradizionalmente riconosciuta come la patrona dei minatori. La chiesa fu eretta grazie all’interessamento della Società mineraria Vieille Montagne ed inizialmente dedicata al culto protestante.
La Vieille Montaigne era una importante impresa di sfruttamento minerario originaria di Liegi (Belgio), concessionaria della miniera dal 1872 al 1932 e attualmente ancora esistente come parte del gruppo Umicore; queste grandi società spesso realizzavano delle importanti infrastrutture (come ad esempio scuole, ospizi, cinema, empori alimentari ed, appunto, chiese) nei siti minerari per permettere ai lavoratori e alle loro famiglie di trasferirsi in loco. Successivamente l’immobile fu convertito in un magazzino e infine, ai primi del '900, fu ristrutturato e tornò ad assumere il ruolo originario di luogo di culto per la confessione cattolica. Tra gli anni ’10 e ’20 del novecento si registrano richieste di interventi a favore della chiesa. La popolazione della borgata era cresciuta sino a oltre 3.000 abitanti e la piccola chiesa, funzionale strutturalmente ma carente di suppellettili e arredi sacri, non riusciva a soddisfare le esigenze della popolazione locale. La chiesa infatti era la parrocchia di riferimento di altre comunità minerarie, Masua, Monte Scorra Monte Cani ed Acquaresi ma non godeva di autonomia. Il cappellano infatti dipendeva dal parroco della Cattedrale di Iglesias pur avendo la cura spirituale di circa 5300 anime. Per il suo sostentamento le amministrazioni minerarie versavano un assegno al cappellano pari a £. 720 da parte dall'amministrazione mineraria di Nebida e di £. 650 da quella di Masua, e aveva una casa canonica in entrambi i villaggi. La storia della chiesa di Nebida cambia quando, nel 1921, la Società Anonima di Nebida revoca l'assegno mensile al cappellano, a causa della chiusura della miniera. La popolazione locale mantenne comunque l’uso della chiesa che, il 10 maggio 1926 venne elevata al rango di parrocchia, insieme con Masua, e ottenne l’autonomia dalla Cattedrale di Iglesias.
Restando nel territorio del comune di Gonnesa, il sito successivo, ai margini del villaggio minerario Normann è la Chiesa di Santa Barbara.
Villaggio di Normann - Gonnesa
L’edificio è a pianta rettangolare con copertura a doppia falda, sviluppato su due livelli, con al piano inferiore gli spazi per l’oratorio e al piano superiore la chiesa con sagrestia e bagno. La struttura è in muratura di pietrame misto, rivestita con un intonaco a base di calce e una tinteggiatura di colore giallo ocra ancora visibile. La facciata nord è caratterizzata da 4 aperture (tre finestre ed una porta) al piano inferiore ad arco a tutto sesto con cornici in rilievo composte da graniglia di marmo bocciardata. Sopra di queste le due finestre di medesime dimensioni poste alle estremità della chiesa, una in corrispondenza dell’aula, l’altra nella zona del presbiterio. Gli infissi erano in legno e dotati di persiane esterne. La facciata sud è per la metà inferiore completamente addossata al fianco della montagna e per la metà superiore priva di aperture. L’accesso al piano della chiesa è consentito grazie ad una rampa di gradini realizzata sul fianco della montagna, poi attraverso un solaio in getto di calcestruzzo armato, che nella parte sottostante funge anche da copertura per uno spazio di ricovero. Un parapetto in mattoni rossi e pieni protegge dalla caduta dall’alto sia la scala che questo elemento di collegamento. La facciata est presenta a questo livello due aperture simmetriche per l’accesso alla chiesa ed in cima al colmo del tetto è ubicato un campanile a vela privo di campana, che si azionava esternamente. Il tetto è rivestito da coppi. Internamente lo spazio è diviso da un grande arco portante a tutto sesto, sul quale poggiavano perpendicolarmente le travi di copertura. L’edificio si presenta in stato di abbandono. Il crollo della copertura, come in molti edifici minerari, probabilmente non è casuale né dovuto all’età, ma demolito per ragioni economico fiscali dall’ultima società proprietaria, la Piombo Zincifera Sarda. Le aperture sono murate, ad eccezione delle due nella parte superiore della facciata nord. La rampa di scale e i parapetti sono in parte crollati; il solaio di collegamento è a rischio di crollo imminente. Gli intonaci esterni hanno segni di sfarinamento e distacco.
L'edicola di Santa Barbara a San Giovanni Miniera
La miniera di San Giovanni - Iglesias (foto storica)
Nel 1961 lo scultore sassarese Gavino Tilocca realizzò il bassorilievo in ceramica smaltata raffigurante Santa Barbara, patrona dei minatori. L'opera rispetta l'iconografia canonica della Santa, rappresentata con i classici attributi della torre, luogo dell'esilio, e della palma, simbolo del martirio. Essa è inserita all'interno di un'edicola all’ingresso della miniera di San Giovanni, in Comune di Iglesias, e riveste una certa importanza sia sul piano artistico che storico culturale, in quanto divenuto riferimento religioso per migliaia di minatori che quotidianamente si recavano al lavoro. Volgendo il loro sguardo verso l'edicola, con un segno di croce essi chiedevano la protezione della Santa, prima dell'ingresso in galleria e dell'inizio di una nuova pericolosa giornata lavorativa. Il bassorilievo costituisce attualmente un elemento identitario per le frazioni minerarie di San Giovanni, Normann e Bindua.
La frazione di Iglesias Bindua, ospita la chiesa di San Giovanni Battista.
Si tratta di una chiesa moderna e particolare, ricavata sfruttando le vecchie strutture minerarie, a dimostrazione di tutto ciò che ha lasciato nell’identità culturale e sociale locale il passato minerario.
Chiesa di San Giovanni Battista Bindua
La nuova parrocchiale di Bindua venne realizzata con fondi CEI e consacrata come tempio votivo a S. Barbara il 4 Dicembre 2007, nel giorno della festa della Patrona dei minatori. La sua progettazione fu curata nel 2001 dall'arch. Marco Concas di Siliqua. Su richiesta della committenza bisognava caratterizzare l'intero intervento riferendolo alla reale cultura della luogo. Per questa ragione si scelse di utilizzare, quale campanile della chiesa, il castello di un pozzo d'estrazione (alto m. 19,50) donato dall'Igea SpA. Esso richiama non solo la storia mineraria locale ma anche quella religiosa, essendo il presente una copia del pozzo sul quale scese in miniera lo stesso Papa Wojtyla, durante la sua celebre visita a Monteponi, il 18 Ottobre 1985. Ulteriori richiami culturali alla fabbrica e alla miniera erano presenti nella prima stesura del progetto che non piacque però alla CEI, la quale definì l'intervento: “più consono ad una fortezza che ad un edificio a carattere religioso”.
L'edificio è ad aula unica, con altare in posizione centrale rispetto all'asse. Presenta forme classiche (internamente) ed uno spiccato effetto scenografico-monumentale (esternamente). Il corpo di fabbrica è composto, oltre alla navata, da due contrafforti triangolari laterali, realizzati con muri inclinati che rastremano verso l'alto, come a richiamare l'aspetto dei bastioni spagnoli. Essi fungono rispettivamente da presbiterio e battistero. Sui lati brevi si collocano invece il campanile e la cappella feriale. L'aula, alta 9,15 m., è delimitata da due serie di arcate su colonne monolitiche in granito, formate da 3 moduli a sesto ribassato, mentre la pavimentazione è inclinata con una lieve pendenza verso il presbiterio. L'altare in marmo fa mostra di particolari inserti stilistici, dei carotaggi minerari. I materiali da costruzione sono: il CLS armato, per i massetti di posa delle fondazioni, unitamente a laterizi per le strutture verticali, legno di larice per le capriate e tegole tipo coppi per il manto di copertura..
Anche nella miniera di Monteponi è presenta una chiesa al servizio di tutti i minatori e gli abitanti del villaggio. Si tratta della Chiesa di Santa Barbara di Monteponi.
La miniera di Monteponi - Iglesias (foto storica)
Prima che l'attuale chiesa venisse consacrata nel 1945, l'unico edificio di culto presente a Monteponi fu la cappella ospedaliera della miniera. Era dedicata all'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, sebbene venga ricordata come l'antica chiesetta di S. Barbara, in quanto scenario delle celebrazioni annuali in onore della Patrona dei minatori. Le attestazioni scritte menzionano il tempietto a partire dall'ultimo trentennio del XIX secolo, con l'arrivo a Monteponi delle Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli, assunte come infermiere dell'ospedale. La cappella, che serviva a queste ultime, agli ammalati, ed agli abitanti di Monteponi, era animata da un cappellano stipendiato dalla società mineraria. Architettonicamente presentava eleganti forme neogotiche, come documentano antiche foto d'epoca, e sopravvisse fino al secondo dopo guerra, quando un cedimento del terreno ne causò il crollo. L'edificio venne inaugurato come Casa del Fascio da Benito Mussolini in visita a Monteponi il 9 giugno 1935. Il progetto fu curato da Umberto Traverso, un professionista non titolato. Dalle foto d'epoca sono ricostruibili le forme architettoniche originarie: la canonica balconata sul lato lungo, il motto fascista “Credere obbedire combattere” a caratteri cubitali in marmo e la pensilina d'ingresso retta da una colonna marmorea, rappresentazione stilizzata dei fasci littori. La semplicità dei volumi e dello schema planimetrico ne permisero la trasformazione in chiesa, con la demolizione della balconata e dei simboli littori, la chiusura del portico, la costruzione del campanile e del timpano sul prospetto. Internamente fu eliminato il setto divisorio per ricavarne un'aula unica, mentre il seminterrato venne riadattato da ex dopo lavoro operaio ad oratorio. La nuova parrocchiale venne così consacrata il 4 dicembre 1945, giorno della festa in onore della Santa Patrona dei minatori. In onore della Santa si organizzavano in città manifestazioni civili e religiose; queste ultime culminavano nella lunga processione che, partendo dalla cappella di Monteponi, attraversava la “Via delle Miniere” (V. Cattaneo) per poi concludere presso la chiesa consacrata alla Patrona dei minatori; qui il simulacro della Santa veniva esposto alla devozione dei fedeli per una settimana, prima di far rientro a Monteponi. La processione era organizzata dai minatori, costituitisi in “Associazione S. Barbara” nel 1925. La sera della vigilia si recitavano il Rosario e le lodi, mentre dinnanzi alla chiesa, dopo le funzioni, si accendevano grandi falò. Il giorno della festa, invece, si officiava una messa solenne con panegirico, a cui partecipavano tutti i minatori, tecnici, ingegneri, impiegati, direttore e presidente della Società di Monteponi. La parrocchiale della miniera conserva ancora due statue lignee ed una tela del pittore tedesco L. Kirchmayr (1916), tutte raffiguranti S. Barbara. La festa di S. Barbara cadeva di maggio, a conclusione della campagna annuale di scavi. In questa occasione la Società di Monteponi assegnava i premi di produzione al personale che si era particolarmente distinto sul lavoro; inoltre retribuiva quella festività a tutti i dipendenti e forniva anche i razzi per lo spettacolo pirotecnico. Un manifesto del 1926 descrive così il programma delle manifestazioni civili organizzate per la festa: balli, concerti dell'orchestra musicale, pranzo offerto agli operai pensionati, saggi ginnastici dimostrativi, match di football, gara di tiro alla fune, corsa ciclistica, corsa podistica, corsa alle carriole, corsa degli asinelli e concorso di bellezza per bambini. L'edificio di stile razionalista, con planimetria ad aula unica, è impostato su volumi contrapposti. Quello principale presenta forma ad "L", con la torre campanaria affiancata sul lato destro del prospetto orientato a Nord Est. Ulteriori due corpi minori si allineano sulla fiancata sudoccidentale e absidale. Il basamento della chiesa, lo scalone d'ingresso, la cornice del portale ed il timpano del prospetto sono rivestiti con lastre di travertino. Le strutture verticali sono in pietrame e mattoni intonacati, mentre le strutture di orizzontamento e le coperture sono piane ed in cemento armato. L'illuminazione proviene da finestre rettangolari aperte sulla parte alta delle mura perimetrali.
Restando in zona si trovano altre due chiese nelle miniere del Monte Agruxiau, Chiesa di Santa Barbara al Monte Agruxiau.
Non si hanno dati rilevanti per la ricostruzione della storia di edificazione della chiesa. Si nota che nelle mappe di impianto storiche del catasto, datate all’incirca 1939, l’edificio è già presente ma senza i locali ad essa adiacenti e perpendicolari destinate allo spaccio. Fu costruita in funzione del villaggio di Monte Agruxiau, agglomerato operaio sorto a ridosso della miniera omonima. Quest'ultima era compresa tra le concessioni di Monte Scorra, Monteponi e San Giovanni; l'estrazione dei minerali di piombo e zinco perdurò fino all'esaurimento dei filoni negli anni Cinquanta del Novecento. A poca distanza dalla chiesa si erge ancora il castello del pozzo della miniera, costruito nel 1935. L’edificio è a pianta rettangolare con copertura a doppia falda. Le facciate sono caratterizzate da finiture ricavate dalla lavorazione dell’intonaco, spiccando da un finto basamento, proseguendo a fasce orizzontali a tutta altezza, e terminando in finte bugne angolari ricavate sempre con la medesima tecnica. Il tutto con un gioco di colori basati sul rosa (pareti) sul grigio (basamento e bugne) e bianco (cornici). La facciata est presenta il portale d’ingresso, inscritto da una cornice rettangolare bianca con l’intersecazione all’apice di un timpano d’ingresso, il tutto in rilievo su un profilo ad arco sporgente. Sopra il portale un oculo con cornice. Arretrato rispetto a questa facciata e parzialmente incassato nella muratura perimetrale, la torre campanaria Le facciate laterali presentano entrambe due bifore, oltre a una monofora in corrispondenza della sagrestia nel lato sud. Tutte le aperture laterali sono caratterizzate da archi a sesto acuto, con vetri “ghiacciati” di colore marrone, protetti da grate. L’aula è ribassata rispetto al presbiterio attraverso un gradino. La pavimentazione è in piastrelle in marmo alla veneziana e il presbiterio è delimitato da una linea di mattoni pieni, così come il gradino che rialza l’altare, posati in occasione delle opere per la riforma del rito liturgico. Dietro di esso si trova un tramezzo in muratura caratterizzato da due aperture di accesso con lo stesso motivo del portale di ingresso. Lo spazio retrostante è destinato alla sagrestia. Sopra e oltre questo tramezzo, che termina ad un’altezza di circa tre metri, si può osservare la struttura di copertura con le tre capriate lignee che la compongono.
Chiesa di San Severino al Monte Agruxiau
La chiesa di San Severino al Monte Agruxiau fu fondata nel 1884, durante il periodo di massima espansione delle attività estrattive. La scelta di dedicare a San Severino l’edificio di culto si rifarebbe alla presenza, attestata già dalla prima metà del seicento, di una chiesa omonima nel territorio di Iglesias. Inoltre il nome del santo è associato in opere precedenti alla realizzazione della chiesa. Quintino sella, nel suo atlante riporta la presenza delle rovine della chiesa antica di San Severino presso il cantiere minerario in zona Monteponi scalo oltre a una “Cascina Devilla” posta in corrispondenza dell’attuale chiesa. Sembrerebbe quindi che la famiglia Devilla rifondò il tempio nelle sue proprietà associandovi il toponimo storico legato alla presenza delle rovine cristiane. Nei terreni circostanti la chiesa si ritrovano numerosi pozzi d'estrazione e svariate residenze dei minatori a bocca di miniera. La chiesa fu un importante punto di riferimento per la comunità locale soprattutto dopo lo spostamento in essa della celebrazione della messa domenica, che veniva officiata in precedenza nella cappella di San Giovanni Miniera. Il canonico Devilla, della famiglia proprietaria dei terreni, istituì nel proprio testamento un pellegrinaggio annuale dei suoi eredi presso il santuario, da farsi la prima domenica di maggio. Il pellegrinaggio era un’occasione di festa per i partecipanti che organizzavano banchetti per i pellegrini accompagnati dalla musica delle launeddas e dal vino delle vicine vigne. La chiesa fu abbellita nel 1924 grazie al contributo della Società di Monteponi che acquistò tra le altre cose le reliquie di S. Severino, un quadro ad olio del Santo e due oleografie (una della Vergine Pompei, l'altra di San Girolamo). Strutturalmente la chiesa ha una pianta con una sola navata, si accede all’altare che è sopraelevato di un gradino, passando sotto un arco con lesene che contribuiva a separare lo spazio dedicato ai fedeli da quello per il celebrante. Dalla navata si accede anche alla sagrestia, attraverso una porta nella parete a sinistra. I muri portanti sono in pietrame locale intonacato e l'aula ha una volta a botte ricoperta con coppi di laterizio. In facciata sono presenti due lesene giganti d'angolo e un timpano con cornice che ospita alla sua sommità il basamento della croce. La porta d’ingresso, a cui si accede salendo tre gradini, è sovrastato dall’architrave e dalla lunetta; sul lato sinistro della chiesa, in corrispondenza della facciata, sono presenti i tiranti. La chiesa ha anche un campanile a vela, oggi muto perché sprovvisto di campana. La chiesa è quasi completamente circondata da un muretto di recinzione ad altezza d'uomo chiuso da un cancello allineato con il portone della chiesa e sorretto da due pilastri laterali.
Proseguendo lungo il percorso individuando, rimanendo all’interno del territorio di Iglesias si giunge alla Chiesa di San Benedetto
La chiesa di San Benedetto, analogamente alla chiesa di santa Barbara di Nebida, fu costruita dalla società mineraria Vieille Montagne di Liegi, durante lo stesso periodo. Come per Santa Barbara si pensa che inizialmente l’edificio fosse dedicato al culto protestante e successivamente fosse passato al cattolicesimo. Alla stessa stregua degli altri esempi di architettura religiosa mineraria della zona, è possibile evidenziare i caratteri eterogenei delle tecniche costruttive e dello stile adottato, di tipo neogotico. Questa commistione, che ritroviamo ad esempio nella scuola di San Benedetto, è associabile al fatto che i progettisti fossero di origine franco-belga dei progettisti mentre le maestranze provenissero alle comunità locali abituate ad utilizzare le proprie tecniche e i materiali reperibili in loco. Risalgono a tempi più remoti le tracce, nello stesso sito, di un precedente santuario dedicato a San Benedetto. Si parla infatti, nell’inventario delle chiese stilato dal Vicario di Iglesias nel 1761, Mons. Salazar, di una chiesa, probabilmente di origine trecentesca, ricollegabile alla presenza pisana nel circondario. Tale presenza è confortata dal c.d. “Breve di Villa di Chiesa” lo statuto della città di epoca medievale redatto durante la presenza Pisana ad Iglesias nel 1327. Anche se citata col toponimo “Guindili”, (con le differenti scritture “Gindili”, “Guandili”, “Ghiandili” o “Intili”) una fonte precedente custodita presso l'Archivio di Stato di Pisa e risalente al 1322, le attribuisce il nome di “S. Benedetto”. Si ritiene quindi che dell’antico villaggio di Guindili abbandonato a seguito della fine delle attività estrattive, sia rimasta la sola chiesa, oggetto della devozione delle comunità vicine sino a tempi recenti. Ci sono infatti numerosi riferimenti sia in documenti ottocenteschi che di epoca fascista alla festa di San Benedetto, che si celebrava la prima domenica di settembre e organizzata grazie alle offerte dei pastori della zona (cussorgiali, da “cussorgia”, terreno destinato al pascolo brado).
Passando alla descrizione della chiesa, l'edificio a cui si accede attraverso un portale posto al centro della parete sud, preceduto da una rampa con tre gradini, consiste in un’aula unica. L’aula comunica con una sacrestia tramite una porta posta sulla sinistra della parete di fondo. All’interno è possibile vedere la statua settecentesca di Santa Barbara, la cui origine è però ignota.
I muri portanti sono realizzati in pietrame locale (spessore circa 50 cm.), intonacati a calce con finitura liscia e tinteggiatura chiara all'interno ed all'esterno. La struttura portante del tetto a doppia falda è composta da quattro capriate in legno incastrate nella muratura perimetrale.
All'esterno, la facciata principale è caratterizzata da un motivo ornamentale che incornicia il portale d’ingresso, realizzato sovrapponendo a rilievo sull’intonaco una serie cuneiforme di finte bugne che si sviluppa sino al tetto, sulla cui sommità è posta la croce. Il lato ovest della chiesa presenta due finestre ad arco acuto, sulla falsariga della cornice del portale, in stile neogotico. Il campanile quadrangolare attraversa lo spazio tra le due finestre. Questo presenta una camera campanaria per una campana bronzea, e quattro aperture ad arco acuto ornate da capitelli in corrispondenza degli angoli e delle “spalle” degli archi. Una copertura a doppia falda copre il volume del campanile. Il campanile, che è alto circa sei metri, è accessibile dall’interno della chiesa grazie a una apertura sulla parete sinistra.
In questa parte del percorso l’aspetto naturalistico riveste un ruolo predominante, la Chiesa di San Benedetto è nelle vicinanze del Parco regionale del Marganai e del giardino botanico Linasia. I siti mostrano caratteristiche e profili molto suggestivi nonostante gli interventi molto pesanti di industrializzazione ad opera dell’uomo; i quali conferiscono un particolare fascino grazie anche alla rievocazione dei tempi nei quali il lavoro, molto spesso durissimo, scandiva il tempo e la vita dell’uomo.
Nel giardino botanico, realizzato a scopo scientifico-didattico, è rappresentato l’immenso patrimonio floristico di cui questa area è ricca.
Il percorso Mare e Monti si chiude con la Chiesa di Santa Barbara di Arenas nel territorio comunale di Fluminimaggiore.
Sotto la Società Pertusola Ltd venne realizzato il moderno villaggio della miniera di Arenas, di cui divenne concessionaria a partire dal 1901. L’evoluzione tecnologica testimoniata dall’apparire di moderni impianti di flottazione e compressione, officine e da una produzione di piombo mercantile di circa 4.000 tonnellate andava di pari passo con il miglioramento delle condizioni lavorative e con la realizzazione del villaggio, il cui progetto, “coevo a quello della laveria” realizzata nel 1942, “avrebbe dovuto essere più grande”. Vi “vivevano 82 abitanti che disponevano di 1700 mq di edifici abitativi, 540 mq di edifici ad uso collettivo e 900 mq di spazi urbani”. La scarsità di fonti scritte rende difficile la ricostruzione della storia specifica della chiesa. Nel 1997 l’EMSA commissionò un progetto di recupero dell'edificio di culto e dell’intero villaggio, quest’ultimo a cura dell’ing. Sergio Scano. La chiesa è un piccolo edificio isolato a pianta rettangolare, posto circa a 570 m. s.l.d.m., e in posizione centrale rispetto agli altri edifici del villaggio minerario. Fortemente caratterizzato dalla copertura a doppia falda spiovente e dall’alta e sottile torre campanaria, ha caratteri architettonici nord-europei e di ambienti montani come testimoniato dalle scandole in finta ardesia con cui venne realizzato il manto di copertura. La facciata Nord è caratterizzata da un portale ligneo, inscritto da un’ampia cornice rettangolare, sopra il quale è ubicato il rosone, realizzato da un infisso circolare metallico suddiviso in otto sezioni in vetro bicolore circondato da una cornice. Le facciate est ed ovest hanno una coppia di bifore inscritte rispettivamente in due archi a tutto sesto, mentre la facciata sud presenta due strette monofore con archetti a tutto sesto posizionate in corrispondenza dei due stretti vani interni, uno dei quali è in corrispondenza della torre campanaria. La torre è inclusa nel perimetro della pianta rettangolare. La facciata è dotata di un intonaco a base di calce priva di tinteggiatura esterna. Non è rilevabile la composizione della struttura muraria perimetrale. La copertura presenta un’unica capriata centrale.
Nelle vicinanze, affrontando un percorso sterrato, percorribile in parte anche in auto ci si può dirigere in direzione Buggerru verso l’Area Archeologica di Antas.
L’area archeologica di Antas rappresenta l’epicentro di una parte caratteristica del percorso Mare e Monti, nella quale l’aspetto naturalistico e quello storico-archeologico si fondono dando vita a scenari e unici nell’isola rappresentativi dell’immenso valore dell’intera area sulcitana.
Il tempio romano della Valle di Antas, oggi visitabile nel territorio di Fluminimaggiore, fu al centro di una appassionata ricerca durata per secoli e che per certi aspetti può essere paragonata ad altre ben più famose come la scoperta di Troia, dopo quasi tre millenni di vane ricerche, ad opera di Heinrich Schliemann, la individuazione di Pompei e la localizzazione delle bibliche mura di Gerico. Tolomeo, nella sua Geografia, dedica un capitolo del terzo libro all'Isola di Sardegna, e tra le città e le località descritte si trova il Sardopátoros ieròn, Tempio di Sardus Pater.
Due scrittori medievali, l’Anonimo di Ravenna nel VII secolo e Guidone nel XII, che citavano il tempio di Sardus nelle proprie opere geografiche, redatte utilizzando largamente le fonti dell’antichità. L’Anonimo Ravennate indicava Sartiparias (intendi Sardipatris ternplum = tempio di Sardus Pater) lungo una strada tra Sulci (S. Antioco) e Neapolis (GuspiniS. Maria de Nabui). Guidone, menzionando il medesimo itinerario tra Sulci e Neapolis, ricordava Sardiparias, una forma cioè più prossima a quella genuina di Sardipatris temp/urn.
Il primo studioso ad occuparsi dell’ubicazione del tempio di Sardus Pater fu il vescovo sassarese Gianfrancesco Fara, che scriveva intorno al 1580. Il Fara fissava il tempio sul caput Neapolis, l’alto promontorio sul mare attualmente chiamato Capo Pecora.
Il Tempio entrò addirittura nella disputa seicentesca tra Capo di Sopra e Capo di Sotto, con vari studiosi campanilisticamente impegnati a individuare il tempio a seconda della propria provenienza.
L’arcano sull’ubicazione del tempio venne risolto solamente nel XX secolo quando la Soprintendenza alle antichità di Cagliari e l’Istituto di Studi del Vicino Oriente dell’Università di Roma, Gennaro Pesce e Sabatino Moscati promossero un intervento di scavo nella località di Antas, presso Fluminimaggiore, nella Sardegna sudoccidentale, affidandone la direzione a Ferruccio Barreca, che condusse la prima campagna di scavo.
Il sito archeologico è di primaria importanza in quanto al tempio romano del I Secolo d.c. si affianca quello precedente Punico del 500 a.C. e nei dintorni sono presenti inoltre 3 tombe nuragiche.
ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE: PORTO FLAVIA
Uno dei siti più interessanti dal punto di vista turistico e storico è senz’altro Porto Flavia.
Non si tratta di un sito minerario in sé, ma piuttosto di un punto di carico che permetteva, attraverso un sistema molto ingegnoso e innovativo per l’epoca, di caricare i materiali estratti dalle miniere sulle navi che li avrebbero condotti agli stabilimenti di lavorazione.
Si tratta di una montagna a picco sul mare nella quale furono scavate due gallerie, collegate da dei silos di stoccaggio, sempre ricavati dalla roccia.
La galleria superiore serviva per scaricare i minerali provenienti dalle montagne nei silos, mentre la galleria inferiore permetteva, attraverso un nastro trasportatore di svuotare i silos e trasferire direttamente sulle navi ancorate i materiali, in maniera rapida ed efficiente. I nove silos avevano una capacità di diecimila tonnellate.
La costruzione di questo sistema permise di abbattere i costi di carico dei materiali, dal momento che prima della realizzazione di Porto Flavia, le navi venivano caricate attraverso una staffetta di piccole imbarcazioni a vela latina, che trasferivano i materiali a Carloforte, ove era attivo un deposito che successivamente smistava il carico verso le navi da trasporto.
L’impianto fu realizzato nel 1924 dalla società mineraria Vieille Montagne di Liegi e fu progettato dall’ingegnere italiano Cesare Vecelli, che lo battezzò con il nome della figlia primogenita.
Porto Flavia si trova nei pressi della località balneare di Masua, nel territorio del comune di Iglesias.
Percorso 2 - La storia del carbone
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Le miniere
carbonifere |
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23,5 Km circa |
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Gonnesa - Carbonia |
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Gonnesa, Carbonia |
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Auto e moto (non completamente), bicicletta, piedi. |
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Percorso storico, culturale e di archeologia
industriale attraverso le miniere carbonifere, tra le più importanti al tempo
dell’ormai tramontata economia mineraria del Sulcis Iglesiente. |
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Ambienti urbani e industriali (miniere abbandonate e
recuperate), città (Carbonia) con deviazioni su sterrati che conducono a
miniere o villaggi minerari con la chiesa di riferimento. |
Percorso non molto lungo, fruibile in parte in auto e moto su strade asfaltate, presenza di alcune deviazioni per raggiungere alcune chiese situate vicino alle miniere carbonifere, in considerazione della lunghezza e delle caratteristiche stradali, il percorso è particolarmente adatto al cosiddetto turismo sostenibile da affrontare in bicicletta; difficoltà bassa che favorisce l’esperienza emozionale attraverso la lunghissima storia della vita difficile nelle miniere carbonifere. Il nome del percorso intende quindi sottolineare l’aspetto archeologico e storico culturale dei territori attraversati.
Il percorso proposto parte dal centro abitato di Gonnesa, dove è possibile visitare il centro abitato, lo stesso rievoca la vita in miniera, nelle vicinanze alcune miniere e un villaggio nuragico molto interessante (villaggio nuragico di Seruci).
Proseguendo verso sud, s’incontra la prima chiesa del percorso, Chiesa di San Rocco, Terras Collu.
Chiesa di San Rocco Terras Collu
Gonnesa
La miniera di Terras Collu fu dichiarata scoperta il 19 maggio 1853; nel 1857 venne in mano alla Società anonima miniere di Bacu Abis. Vi si estraeva carbone utile ai forni di calcinazione delle calamine e alle fonderie piombo della Società di Monteponi, che ne acquistò la concessione nel 1895. Non lontano dalla miniera, in una stazione di posta per il cambio dei cavalli già nota ai tempi dei romani, vennero costruiti il villaggio e, presumibilmente nel 1925, la chiesa. Questa venne dedicata a San Rocco, le cui piaghe furono curate da un cane devoto e per questo considerato dalla fede popolare il santo guaritore e protettore di tutti i piagati (il simulacro originale in carta pesta di bottega leccese è conservato attualmente nella canonica della parrocchiale di Bacu Abis).
In un folto carteggio del 1953 tra il Sindaco di Gonnesa, il sacerdote Don Onorino Cocco, il Genio Militare e il Provveditorato alle Opere Pubbliche della Sardegna è documentata una richiesta per ottenere la riparazione della chiesa per danni di guerra, essendo stata occupata tra il 1940 e il 1945 dai militari che la resero inutilizzabile e pericolante. Per decadenza dei termini di presentazione della stima dei danni, purtroppo la domanda venne rigettata. In un’altra lettera indirizzata al Genio Civile sono attestati ulteriori danni dovuti ad un alluvione. La chiesa si addossa ad una collina ed è rialzata attraverso un sistema di gradini in graniglia di marmo. L’edificio presenta un corpo a capanna con addossata, sul fianco nord, la sagrestia. La facciata principale è caratterizzata da un alto portale con arco a sesto acuto, modanato, con chiave in rilievo ed un soprastante rosone. Agli angoli della facciata due paraste, risultanti dalle sporgenze dei muri delle facciate laterali. Il timpano presenta una mensola disposta su un asse inclinato secondo le linee di falda, composta da una fascia di archetti in stucco. Una cornice bianca in muratura per il canale di gronda caratterizza entrambe le facciate laterali, insieme alle strette aperture ogivali, due per lato. Le stesse sono riprese nell’abside in numero di sette, due delle quali danno sull'ambiente della sagrestia. L’abside era voltato a crociera con sette sezioni a sesto acuto. Esternamente quest’ultima è rinforzata da un sistema di contrafforti che si alternano alle aperture. Gli interni sono suddivisi in tre campate dai due archi a sesto acuto realizzati per sostenere la struttura di copertura della grande aula, realizzata con travi lignee lasciate a vista.
Chiesa di Santa Barbara Bacu Abis
Proseguendo verso Carbonia si arriva alla frazione Bacu Abis, borgo minerario nato nell’800 nei pressi dell’omonima miniera ma sviluppato dal punto di vista urbanistico negli anni 30 del ‘900. Interessante dal punto di vista architettonico, la rete urbana “razionale” tipica dell’epoca fascista con le case per gli operai, la casa del fascio, la piazza, il cine-teatro. La visita al centro di Bacu Abis, è consigliata per gli amanti dell’architettura e dell’urbanistica tipica del “ventennio”.
Nel borgo è presenta una chiesa mineraria in ottimo stato, utilizzata attualmente come parrocchia, la chiesa di Santa Barbara.
Realizzata nel 1938 dall’Azienda Carboni Italia, l’ACaI, la chiesa doveva essere inizialmente intitolata a San Vittorio. Il terreno in cui fu costruita era materiale di riporto da sterili di lavorazione della miniera, la causa principale di dissesti che portò alla chiusura dell’edificio per ben due volte, nel 1964 e nel 2008. Per 16 anni le funzioni furono officiate in un locale in via Gavorrano e la ristrutturazione avvenne finalmente tra il 1980 e il 1982, con un progetto dell’Ing. Vincenzo Costa. In quell’occasione molti elementi circostanti la chiesa vennero rimossi, come la rappresentazione della Via Crucis, opera degli anni ’50 dell’artigiano Etienne Locci. Un secondo cedimento a livello della pavimentazione, con lesioni riportate sul fianco sinistro rispetto al presbiterio, avvenne nell’agosto 2008. Il risanamento di questo nuovo cedimento e il ripristino di alcuni caratteri originari dell’edificio, si è concluso nel 2009.
La chiesa presenta nelle facciate un rivestimento in
trachite ad opus incertum, un porticato con archi a tutto sesto che protegge i
lati sud ed ovest e alla destra della facciata principale un campanile a pianta
quadrata adiacente la chiesa. Sopra il porticato, nel prospetto ovest, è
presente un rosone a spicchi policromi. Il tetto è a capanna, contrariamente al
campanile che ha un solo spiovente. Alla facciata nord è addossato un corpo
dedicato alle cappelle ed il collegamento con la sagrestia. Il lato sud è
dotato di sei aperture a feritoia posizionate sopra il porticato e di altre tre
aperture di piccole dimensioni poco al di sotto della falda. Queste ultime,
nella stessa misura, sono presenti anche sul lato opposto, mentre altre otto
distribuite su tutta la larghezza del lato presbiteriale, ne caratterizzano la
parte sommitale. Al di sotto di queste si aprono due lunghe monofore con arco a
tutto sesto, chiuse recentemente nella loro metà inferiore. Internamente la
chiesa si presenta ad aula unica, con sei archi a tutto sesto sul lato destro
che affacciano sul battistero e la cantoria. In corrispondenza degli archi si
aprono quattro finestre quadrate, originariamente in numero di cinque.
Proseguendo verso sud, prima di giungere a Carbonia, possono essere effettuate un paio di deviazioni, la prima verso la frazione di Cortoghiana, anche essa borgo minerario costruito a bocca di miniera in epoca fascista.
L’altra interessante deviazione è quella per raggiungere il parco archeologico del monte Sirai e al nuraghe Sirai.
Il Monte Sirai è occupato in buona parte da un
importante insediamento fenicio e punico, La colonia fenicia, fortemente
integrata alla comunità nuragica preesistente, fu fondata intorno al 750 a.C. e
distrutta intorno al 520 a.C. dai Cartaginesi. Questi ultimi la ricostruirono e
vi abitarono, fortificandola intorno al 360 a.C. e ricostruendola integralmente
secondo un piano urbanistico unitario intorno al 250 a.C., fino al 110 a.C.
circa, momento in cui furono costretti ad abbandonarla, in seguito forse ad una
deportazione da parte dei Romani, dominatori della Sardegna già dal 238 a.C.
L’ultima parte del percorso è nel centro abitato di
Carbonia, dove si trovano la chiesa di San Ponziano e la chiesa operaia della
Vergine Addolorata.
Chiesa di San
Ponziano Carbonia
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Il 29 gennaio 1938 Monsignor Giovanni Pirastru, vescovo di Iglesias, pose la prima pietra della nuova chiesa e scelse S. Ponziano, pontefice martire nelle miniere sarde, quale compatrono della città insieme a S. Barbara. L'impresa esecutrice dei lavori “Massarini e Pacca” venne poi sostituita dall'impresa Gnudi. La sua costruzione fu ultimata nel dicembre del 1938. Tra il 1937 e il 1939 furono anche commissionate la vetrata del rosone (Filippo Figari), la statua di S. Barbara in marmo di Carrara (Gavino Tilocca), la Via Crucis lignea (Eugenio Tavolara) e le 4 campane bronzee, opera della Fonderia Pontificia per il campanile della chiesa. Quest'ultimo fu edificato a partire dal 1937 ed ultimato il 15 ottobre 1938, su forme ispirate a quelle del campanile di S. Maria Assunta in Aquileia (UD). Nel 2005, durante il restauro della copertura, sulle travi che formano le capriate sono state anche ritrovate le firme degli operai con la data del 1938. Il 18 dicembre 1938 Benito Mussolini venne a Carbonia per l'inaugurazione della città. In quell'occasione fu consacrata alla sua presenza la cripta di S. Barbara costruita alla base del campanile, ove fu anche collocata la statua della Santa patrona dei minatori realizzata da Gavino Tilocca. Un documento del 3 novembre 1939 c'informa invece sul programma della consacrazione della chiesa avvenuta il 19 novembre 1939. In quell'occasione il Duce fece dono alla parrocchia di un paramento pontificale in seta rossa in onore di S. Ponziano, con corredo relativo. L'8 giugno 1943, a seguito dei bombardamenti aerei su Carbonia, la chiesa subì danni ingenti all'abside, alla copertura delle navate, al muro perimetrale, agli arredi interni ed al rosone, la cui vetrata era stata disegnata da Filippo Figari. Questa, ormai perduta, raffigurava i Santi patroni della città ed il Duce nei panni del minatore. Diverse le modifiche che hanno interessato l'intero bene. Già nel secondo dopo guerra, per sopraggiunte esigenze di culto dovute all'aumento della popolazione, la cripta del campanile fu riadattata a battistero conservando questa funzione fino agli anni Settanta, quando il sacramento fu officiato nuovamente in chiesa ed il campanile destinato al suo originario scopo con l'installazione (1975) del sistema per l'oscillazione meccanica delle campane, acquistato grazie alle questue raccolte dall’allora parroco Don Efisio Scano. Frattanto dal '65, colla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, il presbiterio fu a più riprese oggetto di modifiche e nel '73 venne definitivamente demolito anche l'originario pulpito di Cesare Valle. Nel '92 un fulmine danneggiò il campanile, rendendolo inagibile fino al restauro del '94/95, mentre sempre nel '94 anche la statua di S. Barbara del Tilocca fu spostata dalla cripta al chiostro della canonica, ove attualmente si trova. L'edificio fu costruito in posizione dominante come sfondo dell'allora Viale dell'Impero, asse di collegamento tra il centro urbano e le miniere. La planimetria ha sviluppo longitudinale. I materiali da costruzione furono la rossa trachite locale appena sbozzata per gli alzati, il granito grigio per il basamento. Il complesso è composto, oltre che dalla chiesa, dal campanile sull'angolo nord del prospetto e dalla canonica con annesso chiostro. Rappresenta una sintesi stilistica tra lo scarno razionalismo autarchico e reminescenze romaniche, queste ultime leggibili nel nartece e nel rosone della facciata, nella tripartizione delle navate divisa da arcate, nella conformazione allungata delle vetrate. Più moderni il tamburo e la cupola del presbiterio, segnati da tagli di luce orizzontale, richiamo simbolico alla lanterna del minatore. Lo stile autarchico ritorna invece nella tribuna semicircolare intervallata da arcate poste a metà altezza dell'abside. Le coperture sono impostate su capriate in cemento armato mascherate alla vista dal controsoffitto, mentre il manto esterno è in coppo in laterizio.
Chiesa operaia Vergine
Addolorata – Carbonia
L’edificio è stato realizzato negli anni ’40 del secolo scorso, nel lotto B ai piedi del Monte Rosmarino a quei tempi concepito come quartiere dormitorio. Inizialmente aveva funzione di camerone operaio e nel 1947 si decise di operavi un adeguamento al fine di realizzare una cappella per i devoti alla Beata Vergine Addolorata. Il progettista Granata apportò delle semplici modifiche: la demolizione delle pareti che distribuivano internamente gli spazi, il tamponamento della maggior parte delle aperture, l’ubicazione di un campanile a vela nella faccia su via Fiume ed in ultimo l’altare con circostanti balaustre. Tra gli arredi erano allora presenti un armonium e la statua della Beata Vergine Addolorata. Successivamente vennero donate dalla Parrocchia di San Ponziano una statua di San Giovanni e un pregiato crocifisso ligneo. Nel 1953 la Cappella venne affidata ai Figli della Divina Provvidenza dell’Opera di Don Luigi Orione e nello stesso anno venne eletta a parrocchia. Nel 1958 vennero ultimati i lavori della nuova Chiesa del quartiere Rosmarino, dedicata alla Vergine Addolorata; ciò corrispose alla cessazione delle funzioni nei locali di via Fiume. A partire dal 2001 AREA, proprietaria dell’immobile, e il Comune di Carbonia hanno portato avanti un progetto di restauro il cui iter, dopo alcuni varianti e revisioni generali, è in fase di conclusione. L’adeguamento del 1947 ha portato ad un unico e lungo spazio per il culto, caratterizzato da poche aperture laterali rispetto all’impianto originario, e scandito da 6 capriate lignee. L’altare si eleva su due gradini, centrale e simmetrico rispetto a due porte. Queste consentono di entrare nell’unico ambiente separato dal grande ambiente dell’aula di culto, la sagrestia. L’altare è particolare in quanto era trattato superficialmente con una tinta colore rosso misto a venature finto-marmoree nere e beige. Il livello interno della pavimentazione non è continuo, la metà dell’edificio che ha fronte su via Fiume è rialzata rispetto all’altra di circa un gradino. La copertura è realizzata con tavelle in laterizio e tegole marsigliesi. Le pareti perimetrali sono realizzate in mattoni di laterizio pieno su un basamento in trachite.
Le ultime due chiese a Carbonia sono il punto di
riferimento per la visita storico-culturale alla città di Carbonia, in
particolare sono da segnalare nell’ambito della tematica del percorso, il Museo
Archeologico, il Centro italiano della Cultura del Carbone, la Grande Miniera
di Serbariu, Museo del Carbone, quartiere operaio “Lotto B”, esempio di
edilizia legata allo sfruttamento delle miniere.
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